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Movimento, umore e depressione

Nel corso degli ultimi anni è stato chiarito che alterazioni del profilo psicologico-personale e fattori di stress possono esercitare un ruolo importante sullo sviluppo delle malattie cardiovascolari. Numerosi sono gli studi che riportano dati sui disturbi psico-affettivi in pazienti cardiopatici. I disturbi in assoluto più studiati sono quelli depressivi, che variano dalle forme lievi (altrimenti […]

Nel corso degli ultimi anni è stato chiarito che alterazioni del profilo psicologico-personale e fattori di stress possono esercitare un ruolo importante sullo sviluppo delle malattie cardiovascolari. Numerosi sono gli studi che riportano dati sui disturbi psico-affettivi in pazienti cardiopatici.

I disturbi in assoluto più studiati sono quelli depressivi, che variano dalle forme lievi (altrimenti note come “sintomatologia depressiva” o anche come “depressione minore”), fino alle forme depressive maggiori, definite come una condizione di grave riduzione del tono dell’umore, di durata superiore alle 2 settimane e frequentemente associata ad un significativo impatto negativo sul piano funzionale. In questi casi si parla anche di anedonia, ossia di un appiattimento dello stato emotivo con disinteresse e distacco dalle attività, anche piacevoli, della vita.

Studi recenti hanno tuttavia confermato una stretta associazione tra questi disturbi, in particolare la depressione, e le malattie cardiovascolari.
L’associazione tra depressione e aumentata incidenza di malattie cardiovascolari è stata attribuita al fatto che i pazienti con patologie psichiatriche presentano con maggiore frequenza fattori di rischio cardiovascolari “classici”, quali fumo di sigaretta, obesità, dislipidemie. Fra i depressi vi sono inoltre altri comportamenti a rischio, come la scarsa aderenza alle prescrizioni, ai consigli medici ed anche ai programmi di prevenzione primaria e secondaria.
Sono stati altresì individuati anche meccanismi fisiopatologici direttamente coinvolti nella patogenesi delle malattie cardiovascolari, che possono essere riassunti in tre grandi gruppi:

1) attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene
2) effetti mediati dalla alterata funzionalità delle piastrine
3) effetti mediati dalla disregolazione del sistema nervoso autonomico.

Molti disturbi psico-affettivi, ma anche alcune gravi psicosi, si accompagnano ad aumentati livelli di cortisolemia.

Gli elevati livelli di cortisolemia possono determinare aumento dell’appetito, del tessuto adiposo viscerale, del peso corporeo e dell’insulino-resistenza. Tali modificazioni metaboliche possono favorire l’incidenza di diabete e, in generale, possono far peggiorare il profilo di rischio cardiovascolare dei pazienti depressi.

Nei soggetti affetti da depressione è stato inoltre documentato che un aumento della concentrazione plasmatica di fattori circolanti di derivazione piastrinica, quali il fattore piastrinico 4 e la tromboglobulina, potrebbe determinare un’alterazione della funzionalità piastrinica, con aumento del rischio di trombosi e di progressione della malattia aterosclerotica.

Nell’elenco dei 246 fattori di rischio cardiovascolare stilato dai due ricercatori americani, Paul Hopkins e Roger William, sono elencati numerosi fattori di tipo emotivo e psicologico, come l’insoddisfazione nella vita e nel lavoro, il divorzio o un lutto recente, a conferma del loro ruolo nell’insorgenza della malattia cardiovascolare.

Già nel 1959 Rosenman e Friedman sottolinearono la rilevanza dell’impatto dei fattori di personalità sulle malattie cardiovascolari introducendo il concetto di pattern comportamentale di tipo A, per indicare gli individui caratterizzati da estrema competitività, forte ambizione, manifestazioni di collera, impazienza, aggressività. La personalità di tipo A è predisposta alle malattie cardio-cardiovascolari.
Al contrario è stata definita la tipologia comportamentale di tipo B per descrivere gli individui tendenzialmente più sereni e rilassati e meno a rischio.
È stato ormai dimostrato che il profilo psicologico può essere influenzato dall’attività fisica. Muoversi quotidianamente produce effetti positivi sulla salute fisica e psichica della persona e fa bene
all’umore.

Nei depressi che si sono dedicati ad attività fisiche intense i disturbi dell’umore si sono ridotti in maniera maggiore, con un miglioramento medio del 50%. L’efficacia, secondo numerosi studi, aumenterebbe con l’intensità dell’esercizio.
La scarsa attività fisica è implicata nell’insorgenza di alcuni tra i disturbi e le malattie oggi più frequenti: diabete di tipo 2, malattie cardiocircolatorie (infarto miocardico, ictus, insufficienza cardiaca), tumori.

Nel Rapporto Passi, studio coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, risulta che in Italia il 30% degli adulti tra 18 e 69 anni svolge, nella vita quotidiana, meno attività fisica di quanto è raccomandato e può essere definito sedentario.
In particolare, il rischio di sedentarietà aumenta con il progredire dell’età ed è maggiore tra le persone con basso livello d’istruzione e difficoltà economiche. La situazione è migliore nelle Regioni del Nord Italia e peggiore nelle Regioni meridionali.
L’attività motoria della popolazione in Italia è diminuita di pari passo con i grandi cambiamenti della società. Da una parte lo sviluppo dell’automazione, anche nel lavoro domestico, e il deprezzamento sociale del lavoro manuale, dall’altra la dominanza del trasporto motorizzato e la riduzione di spazi e sicurezza per pedoni e ciclisti. Questi fattori rendono difficili i comportamenti motori attivi.

Gli studi scientifici che confermano gli effetti benefici dello sport sono ormai innumerevoli e mettono in luce che l’attività fisica migliora la tolleranza al glucosio e riduce il rischio di ammalarsi di diabete di tipo 2; previene l’ipercolesterolemia e l’ipertensione agendo sui livelli della pressione arteriosa e del colesterolo; diminuisce il rischio di sviluppo e la mortalità legata alle malattie cardiache e perfino di diversi tumori, come quelli del colon e della mammella.
Oltre che nella prevenzione, l’esercizio fisico che può avere risultati comparabili a quelli offerti da terapie farmacologiche e cognitive nella cura dei disturbi dell’umore e della stessa depressione.

L’esercizio fisico combatte la depressione in diversi modi. Innanzitutto favorisce la produzione di due importanti tipi di neuromediatori: l’acetilcolina e le endorfine. Queste ultime sono le molecole che producono le sensazioni di analgesia e benessere, proprietà che hanno portato a definirle gli ormoni della felicità, contrastando gli effetti fisiologici dannosi prodotti dallo stress che, se accumulato e protratto nel tempo, stimola la produzione di cortisolo.

Queste sostanze prolungano, inoltre, la vita dei neuroni, stimolando l’emissione di fattori neurotrofici. Sono molte le pratiche sportive efficaci nella lotta ai disturbi depressivi. Esistono comunque sport “dinamici” effettuati prevalentemente in condizioni aerobiche, che sono raccomandati e consigliabili, quali la semplice passeggiata o la camminata a passo svelto, la marcia o la corsa. Nuoto e biciletta, ginnastica aerobica e altre attività a basso carico di lavoro muscolare che producono uno sforzo costante e moderato, sono anche da preferire. L’attività fisica deve essere regolare e continuativa, e soprattutto adatta alle caratteristiche fisiche del singolo individuo.

Il medico deve prescrivere l’attività fisica come fosse una medicina, scegliendo tipo di sport e durata dell’attività in considerazione dell’età, del sesso e delle caratteristiche cliniche della persona che ha davanti.


Riferimenti:
Rapporto Passi, Istituto superiore di Sanità- 2008
Paul N. Hopkins, R. Williams, A survey of 246 suggested coronary risk factors panel, Atherosclerosis. 1981 Aug-Sep;40(1):1-52.

Dario Manfellotto,
Direttore dipartimento di Discipline Mediche e UOC di Medicina Interna